A proposito della proposta di giuramento nella PA, riflessione a caldo di un’insegnante

PONTIDARiflettiamo con molta preoccupazione e sgomento sulla proposta di “tornare” al giuramento nella pubblica amministrazione presente nell’art. 2 comma 2 g, del “Disegno di legge recante deleghe al governo per il miglioramento della pubblica amministrazione”, a firma Bongiorno. Da un certo punto di vista, un giuramento potrebbe non aggiungere nulla a quello che già è compreso tra i compiti di chi esercita una funzione pubblica. In definitiva, ogni contratto di lavoro prevede diritti e doveri che, in quanto tali, vincolano il lavoratore all’adesione di un sistema complesso di valori, che fanno tutti riferimento al dettato Costituzionale. Perché quindi fare appello all’estensione del giuramento in un contesto già ampiamente regolamentato come quello della Pubblica Amministrazione? Si legge nel disegno di Legge, recentemente presentato al Senato, che l’estensione dell’obbligo del giuramento sia finalizzata a “rafforzare lo spirito di servizio del lavoratori della PA”. La proposta del ritorno al giuramento è in perfetta coerenza con un progetto fascistissimo, che in questo disegno di legge esprime anche in altri punti un chiaro intento: premiare la qualità delle performance, in particolare dei dirigenti più pedissequi a quel sistema di valori neoliberisti e aziendalisti che abbiamo sempre contestato perché volto più a tutelare interessi corporativi e privatistici che alla piena attenzione ai bisogni dei cittadini. La gravità sta, a nostro avviso, nel voler vincolare a giuramento atti che non possono essere cristallizzati nell’ordine del “sacro”, ma a quello della naturale dialettica che pervade tutte le istituzioni e che, se imposta come ordine superiore, darebbe vita ad un principio gravissimo di repressione di ogni forma di necessaria mutazione che l’ordine giurisprudenziale porta con sé. Esiste un secondo ordine di riflessioni che a mio avviso ci dovrebbe far porre le distanze, come dipendenti della pubblica amministrazione e come cittadini, da questo disegno di legge e da questo comma in particolare. Il messaggio implicito nella proposta di tornare al “giuramento” sembra essere: “i lavoratori della pubblica amministrazione non esprimono sufficiente spirito di abnegazione”, svalutando così lo stato di sofferenza attuale della pubblica amministrazione, minimizzando e negando le stesse cause che l’hanno prodotta e riducendo la complessità e la storicità delle questioni ad un “eccesso” di laicizzazione del rapporto con il lavoro. Quello che per noi oggi appartiene alla sfera dei diritti dei lavoratori, ovvero il contratto di lavoro, conquista democratica tutto sommato recente, viene così manipolato e spostato su un piano ideologico verticistico, spiritualizzante, senza tempo e senza storia e per questo pericolosissimo. Presupposto che in fondo è stato il presupposto dei peggiori tempi bui delle nostre monarchie e delle nostre dittature. In nome della premialità dirigenziale, qui con questa legge si sta cercando di instaurare un gravissimo attentato alle libertà di tutti noi, anche quella, sacrosanta, di non essere d’accordo e di non voler giurare su nulla.

Carla Gueli, insegnante