Si scrive “autonomia differenziata”, si legge “disuguaglianza”!

prima2AI primi mesi del Governo giallo-verde, pur nell’assenza di un decreto organico, hanno visto l’introduzione di nuove norme in materia di istruzione, in diversi provvedimenti dal decreto dignità alla Legge di bilancio. Tali norme che riguardano ambiti diversi: maturità, alternanza scuola-lavoro, reclutamento, valutazione, non segnano una discontinuità con l’impostazione ideologica che ha guidato le riforme degli ultimi 30 anni (alcune delle quali votate dalla Lega, attuale titolare di Viale Trastevere).

Quasi niente, invece, si sa della cosiddetta “autonomia differenziata” in materia di istruzione da parte delle Regioni Veneto e Lombardia, cui si è accodata l’ Emilia-Romagna. Dalle indiscrezioni sappiamo che il testo, cui sta lavorando la ministra leghista degli Affari Regionali, dovrebbe essere pronto entro il mese di febbraio. Solamente qualche giorno fa, sul sito roars.it sono state pubblicate le bozze relative al “regionalismo differenziato” delle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna.

Questi testi, esito degli ultimi accordi tra Governo e Regioni, rappresentano l’epilogo di una dinamica riformista “bipartisan”, anzi con l’aggiunta del M5S, si potrebbe dire “tripartisan,  che ha un’origine quasi ventennale.

Infatti, tale riforma è possibile solo in virtù della riforma del Titolo V della Costituzione, fortemente voluta da D’Alema e dal centro-sinistra nel 2001, relativa al trasferimento di competenze alle Regioni. Di conseguenza le competenze regionali dovrebbero riguardare diversi ambiti, tra cui Istruzione e Sanità. Dopo i referendum delle Regioni Lombardia e Veneto, si è giunti alla pre – intesa firmata dal Governo Gentiloni con le Regioni Veneto e Lombardia a fine mandato. Forse il PD ha pensato, in ottica elettorale, di rincorrere la destra salviniana non solo sul piano della sicurezza ma anche su quello del federalismo.

Arriviamo così al punto 20 del “contratto” di Governo tra M5S e Lega, cui fanno seguito gli accordi di Conte con i Governatori Zaia e Fontana e quello del Governatore dell’Emilia – Romagna e la ministra per gli Affari Regionali.

La portata di questa riforma sarà dirompente, anzi rischia di dare il colpo di grazia allo smantellamento dell’istruzione pubblica cui sembrano tendere le riforme degli ultimi 30 anni, minando addirittura il carattere nazionale dell’istruzione pubblica e di conseguenza il diritto allo studio. Dalle bozze di intesa emerge come i cambiamenti per Lombardia e Veneto sono sostanziali, riguardano sia il personale scolastico, dai dirigenti al personale Ata, sia l’offerta formativa e la didattica, sia la valutazione. Mentre l’intesa con l’Emilia – Romagna risulta “più morbida” ed interviene solo nell’istruzione tecnico – professionale. Tale riforma sta procedendo nell’indifferenza pressoché generale, perché una cosa che gli attuali partiti di Governo sanno fare benissimo è “spostare l’attenzione”. Infatti, il mondo della scuola discute da giorni delle gravi affermazioni del Ministro Bussetti sull’«impegno» dei docenti del sud. Parole che hanno suscitato la reazione di docenti e studenti meridionali, ma anche del Movimento cinque stelle, che invece tace e avvalla, la riforma che rischia di mettere in discussione un diritto costituzionale come quello ad un’istruzione valida ed uguale per tutte e tutti. Questo perché a guidare l’autonomia differenziata è un mero principio economico, “chi produce di più deve avere di più”, non è un caso infatti che le tre Regioni che hanno avviato il processo producano da solo più di un terzo del Pil nazionale. Nel contesto attuale, il rischio è quello di avere una scuola (ma anche la sanità) a due velocità: con un Nord che procede spedito e un Sud che già arranca si troverebbe ad un’impossibile rincorsa. Paradossale è che la maggior parte delle persone, docenti, studenti, famiglie, che saranno investite dalle conseguenze di tale riforma sono completamente all’oscuro della riforma. Non ne parlano naturalmente i partiti politici, coprotagonisti della regia della riforma, ne parlano poco e nulla i sindacati, silenzio assordante dei media. Per quanto riguarda i protagonisti della vicenda abbiamo il Ministro Bussetti che parla di un’opportunità per il sistema di istruzione mentre il Governatore Zaia prova ad accattivarsi le simpatie dei docenti sottolineando il fatto che una volta divenuti dipendenti regionali saranno saranno pagati di più.

Come si evince da una prima lettura delle bozze, i cambiamenti sostanziali ( Per Lombardia e Veneto) saranno diversi. Ad esempio, per quanto riguarda i docenti: quelli già assunti potranno conservare i ruoli “statali”, ma dovranno comunque rispettare la disciplina regionale. I nuovi assunti invece saranno dipendenti regionali, come pure i dirigenti scolastici e il personale Ata. Saranno di competenza regionale: finalità e programmazione dell’offerta formativa, anche in funzione del territorio, la valutazione, l’alternanza scuola-lavoro, la formazione del personale, i rapporti e i finanziamenti alle scuole paritarie. Già da questi brevi accenni non è difficile immaginare alcune conseguenze: in primis una maggiore finalizzazione del sistema di istruzione verso le richieste del territorio e del mondo del lavoro, con un’ulteriore penalizzazione dei saperi disciplinari già pesantemente attaccati dalla “didattica per competenze”. Non è un caso che all’insegna del rapporto tra scuola e lavoro, si prevede nell’ambito della formazione professionale l’assunzione di “personale esterno, non ruolizzato”, quindi personale esterno alla scuola, con funzioni non specificate, per di più con contratti precari. Anche il fabbisogno del personale sarà di competenza regionale. Inoltre, saranno molto più difficili le operazioni di mobilità soprattutto in uscita, non dimentichiamo che attualmente sono molti i docenti meridionali che lavorano al nord, dopo le assunzioni e le assegnazioni tramite algoritmo!

L’intesa con l’Emilia – Romagna, risulta più vaga nella formulazione, interviene in modo specifico solo nell’istruzione tecnico – professionale e non struttura rigidamente il sistema delle assunzioni.

Il quadro delineato, che potrebbe anche allargarsi ad altre Regioni, rischia di mettere a repentaglio il carattere nazionale dell’Istruzione pubblica, in un contesto in cui le politiche neo-liberiste hanno reso difficile l’uguaglianza sostanziale tra chi frequenta le scuole a Milano e chi le frequenta a Palermo. Ancora una volta dietro la retorica del merito si mettono in atto politiche basate sulla disuguaglianza, perché prima di parlare di meritocrazia bisogna portare tutte e tutti sulla linea di partenza, mentre attualmente c’è chi parte 10 metri più avanti. Ancora più grave è il fatto che questa riforma stia procedendo nel suo iter non solo nella totale assenza di dibattito pubblico ma anche nel silenzio totale (forse perché molti sono all’oscuro della riforma) di docenti e studenti.

Per questo si auspica una ripresa del dibattito e del confronto sul tema a partire dalle scuole, invitiamo colleghi e colleghe a chiedere alle Rsu di indire assemblee sul tema, sperando che anche la componente studentesca e le famiglie possano discutere delle conseguenze che tale “autonomia differenziata” avrà sulla didattica e di conseguenza sulla crescita e sulla formazione di studentesse e studenti.

Giovanna Caltanissetta, docente di italiano e storia in istituti tecnici e professionali

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