Lo sfruttamento dei lavoratori delle scuole paritarie. L’esempio delle basse retribuzioni e della negata ricostruzione di carriera

 

“Il re è nudo”  grida il Bimbo nella fiaba di Andersen (che noi conosciamo grazie a Rodari) per mostrare quel che è a tutti noto.

Citiamo questo passo, pensando  ai docenti delle scuole paritarie.

Perché si sa.

A tutti – o almeno a tanti – è capitato di confrontarsi direttamente col mondo delle “paritarie” o comunque di conoscere le storie di professori che accettano di insegnarvi con uno stipendio misero (ancora inferiore a quello della scuola pubblica, già notoriamente basso), o addirittura gratis,  solo per il “punteggio”.

Sì,  perché lo svolgimento del servizio presso le scuole paritarie consente al docente di ottenere i 12 punti annui validi per avanzare nelle graduatorie GAE (che consentivano di entrare in ruolo nel sistema precedente) o in quelle di istituto, da cui si attinge per il conferimento di supplenze nella scuola pubblica.

Un diritto – la maturazione del “punteggio” – diventa la pistola fumante che il dirigente della scuola paritaria appoggia sul tavolo mentre tratta con il docente. E pensare che sarebbe un problema risolvibile con un norma di due righe di questo tenore: “si applica ai docenti delle scuole paritarie la retribuzione prevista dal ccnl del comparto scuola”.

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Facciamo un passo indietro.

L’art. 1, l. 10 marzo 2000, n. 62, rubricata “norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”, prevede che il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, secondo comma, della Costituzione, è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali”.

Coerentemente, l’art. 2, co. 2,  del d.l. 3 luglio 2001, n. 255 (convertito con l. 20 agosto 2001, n. 333) ha previsto che i servizi di insegnamento prestati dal 1° settembre 2000 nelle scuole paritarie sono valutati nella stessa misura prevista per il servizio prestato nelle scuole statali”.

Chi scrive le leggi si crogiola nel linguaggio aulico. Traduciamo per le persone normali: gli insegnanti delle scuole paritarie e quelli della scuola pubblica sono uguali. Punto. Lo dice la legge.

È davvero seria la discussione sul ruolo delle paritarie nel sistema scolastico, sul rispetto pieno dell’art. 33 della Costituzione, sul fenomeno dei diplomifici.

Iniziamola da un punto essenziale: occorre fermare lo sfruttamento dei lavoratori.

Gli esempi sono tanti. Troppi. In questo articolo ne facciamo uno.

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Abbiamo detto delle retribuzioni schiacciate sotto il peso della minaccia del “punteggio”.

Si dirà: dopo il precariato a prezzi da fame arriva un posto al sole anche per i docenti delle paritarie. Una sorta di maccheronico sogno americano.

Macché.

Il Calvario continua.

Tutti i docenti, una volta assunti, possono richiedere la “Ricostruzione di Carriera”, ovverosia il conteggio del periodo di precariato ai fini della individuazione della posizione stipendiale.

L’art. 485, d.lgs. 16 aprile 1994, n. 297, che regola la materia, menziona solo le scuole “pareggiate”  e non quelle paritarie. Non sprechiamo inchiostro digitale per spiegare cosa sono le scuole “pareggiate”. È tuttavia sufficiente il buon senso e la buona fede per concludere che l’art. 485, d.lgs. 297/1994 debba essere interpretato nel senso di comprendere qualsivoglia servizio pre-ruolo, anche quello svolto presso le paritarie. Infatti, moltissimi tribunali riconoscono questo diritto a chi si rivolge a loro.

Le scuole, invece, no. Mala fede, burocratismo, pigrizia. Fate voi.

Lottare per l’ovvio. A volte serve anche questo.

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Avv.ti Bartolo Mancuso e Aurora Donato