Lo Stato fa il “titolo”

Scuola Fuori Mercato sta aprendo una riflessione sulle scuole paritarie e sulle condizioni degli insegnanti che ci lavorano o ci hanno lavorato. L’argomento è complicato: presenta varie sfaccettature e rivela parecchi nervi scoperti del sistema scolastico. Quelle che seguono sono alcune prime considerazioni. Le testimonianze di chi conosce quel mondo sono le benvenute: scriveteci a scuolafuorimercato@gmail.com.

cropped-logo_sfm.png La realtà delle scuole paritarie è spesso poco conosciuta anche nel mondo degli insegnanti o guardata con diffidenza; alcuni di noi, prima di approdare all’agognato “ruolo” nel pubblico, l’hanno vissuta direttamente.

La parità scolastica è stata introdotta dalla legge n. 62/2000 (Ministro dell’Istruzione era L. Berlinguer). Di conseguenza il sistema pubblico di educazione e di istruzione risulta composto dalle scuole statali e dalle scuole non statali. In base a tale normativa, i titoli di studio conseguiti hanno lo stesso valore legale ed il servizio prestato dai docenti e dal personale Ata presso tali istituti è equiparato a quello svolto dai docenti delle scuole pubbliche ai fini delle graduatorie di istituto (GI), ovverosia, le graduatorie dalle quali ogni anno vengono convocati dalle singole scuole i docenti precari per incarichi annuali o per periodi più o meno lunghi di supplenza. La gestione delle convocazioni da tali graduatorie è spesso così caotica da sembrare poco trasparente: cattedre “fantasma”, convocazioni telefoniche o tramite mail poco chiare sull’effettiva durata delle supplenze. Negli ultimi tempi, l’utilizzo di convocazioni “fino a nomina dell’avente diritto” ha reso ancora più problematico districarsi in questa giungla, situazione che permette favoritismi più o meno evidenti. In questa situazione complessa, dove anche mezzo punto può essere decisivo per l’assegnazione di un incarico, molti cercano di “accumulare punti di servizio” accettando di lavorare nelle scuole paritarie. La realtà delle scuole paritarie è estremamente eterogenea e composita. Istituti religiosi cattolici, istituti laici di lunga tradizione, scuole elitarie caratterizzate da offerte formative singolari e dal respiro internazionale, fino ad arrivare ai cosiddetti “diplomifici”; per non parlare dei centri studi, realtà dalla natura ibrida e indefinita che non portano al conseguimento di un titolo di studio, a differenza di quanto ritenga un’utenza ancora probabilmente poco informata.

A questo variegato contesto corrisponde un altrettanto articolato inquadramento lavorativo dei docenti. Tra le tipologie contrattuali riscontriamo i CCNL AGIDAE e ANINSEI, adottati rispettivamente dagli Istituti religiosi e da alcuni Istituti laici, che, pur garantendo un dignitoso trattamento economico rispetto al monte ore settimanale e il riconoscimento di diritti quali malattie, ferie retribuite e tredicesime mensilità, non prevedono alcuna retribuzione per attività accessorie rispetto alle ore di lezione frontale (Consigli di Classe, Collegio dei Docenti, Riunioni di Dipartimento, gruppi di lavoro per l’integrazione scolastica, attività di potenziamento, attività di recupero, laboratori).

Ben diversa risulta essere la situazione nella maggior parte degli Istituti laici, dove vige un’estrema arbitrarietà di inquadramento, talvolta anche per i docenti di una stessa scuola. I contratti a tempo indeterminato, una vera e propria rarità nel panorama salariale, sono spesso degli autentici specchietti per le allodole: stipulati a cifre non concorrenziali rispetto ai succitati CCNL, spesso non risultano corrispondenti all’effettivo numero di ore di lezione frontale e non riconoscono economicamente le attività straordinarie richieste ai docenti: dalle ore di supplenza, ai colloqui pomeridiani, per giungere a tutte quelle prestazioni relative agli studenti privatisti (quali Esami di Idoneità o Preliminari all’Esame di Stato) che costituiscono un introito consistente per le casse di tali “aziende”.

Per non parlare di casi in cui i docenti sono addirittura costretti a pagare a proprie spese i contribuiti fiscali attraverso lo stipendio o non percepiscono nessuna retribuzione.

Molti docenti sono costretti ad adattarsi a tale contesto lavorativo. Si tratta di un sistema protetto e tutelato dallo Stato che non è andato oltre la “parificazione dei titoli conseguiti”, infatti sono quasi inesistenti i controlli relativi alla condizione contrattuale e lavorativa dei docenti.

Questi oltre al danno materiale ed economico subiscono anche una discriminazione sul lungo periodo, poiché il servizio da loro prestato non è riconosciuto ai fini della ricostruzione di carriera.

Inoltre, a oggi sembra che il lavoro svolto presso gli istituti paritari non sarà riconosciuto neanche come requisito di ammissione per partecipare al secondo bando della fase transitoria, ovverosia quello riservato ai docenti precari con almeno 36 mesi di servizio.

Quindi, lo Stato dopo aver “pareggiato” i titoli rilasciati agli studenti, non può adottare due pesi e due misure nei confronti della valutazione del servizio dei docenti.

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