Di strani gruppi e di rivoluzioni ordinarie

29983148_2003808266551962_8850388505914023960_o Raccolgo l’invito ad avviare un discorso comune che mi è stato rivolto da Danilo Corradi, dello “strano gruppo”, come si definiscono nel loro fresco Blog, di Scuola Fuori Mercato. L’occasione si è data nel corso di una ricca e immaginifica conversazione avvenuta nella giornata di pratiche mutualistiche e di autogestione organizzato da Scup a Roma l’ 8 e 9 Aprile 2018, https://scuolafuorimercato.org/chi-siamo-2/. Sono molto felice di incontrare questo strano gruppo, perché quelli strani sono sempre i migliori di cui ho fatto parte nella mia vita da insegnante o da studentessa.

La nostra ipotesi condivisa è che sia urgente partire dalla collaborazione tra tutti coloro che pensano che la scuola debba essere situata fuori dal mercato e dalle forme asfittiche e mortificanti dell’azienda, contro la competizione e la spinta alla individualizzazione, alla precarietà e al malessere provocato in tutti coloro che la scuola la vivono, nei vari ruoli. Oggi, più ancora di dieci anni fa, credo sia indispensabile recuperare alcuni snodi fondanti del lessico pedagogico per renderli una chiave di lettura e una pratica fondante. Un antropologo e sociologo a cui sono affezionata, George Lapassade, riteneva che non si potesse mai realmente costruire paradigmi globali di trasformazione delle società, e che invece solo nella dimensione microsociale e locale si potesse realizzare il cambiamento, nella pratica di ciò che è più vicino ed esplorabile.

Con il portato di questa idea di cambiamento e rivoluzione praticabile nel quotidiano ordinario, che per me è la chiave di volta della pedagogia, la prima parola che credo tutti noi, insegnanti o meno, non dovremmo aver paura di usare è politico. La mia implicazione politica mi ha portato negli anni a incontrare ricercatori, insegnanti, genitori, collaboratori scolastici (e a volte perfino anche presidi illuminati) con i quali ho avuto la fortuna di condividere le comunità scolastiche che ho attraversato, vivendone i conflitti con una forte spinta comune verso la dimensione istituente: se dal letame nascono i fiori, in questi anni di fiori ne sono sbocciati tanti: lotte sindacali o istituzionali vinte, costruzione di gruppi di lavoro spontanei, gruppi di teatro, collaborazioni trasversali con altre realtà interessate alla salute globale come medici e gruppi di socioanalisi: sono nati incontri e amicizie profonde con la scuola come sottotraccia comune.

Evidenziare la dimensione del politico significa per me quindi porsi domande sulla direzione attuale della scuola come istituzione. E immaginare i cambiamenti di rotta da pretendere. Per fare un piccolo esempio: l’alternanza scuola lavoro, le prove Invalsi, la questione della certificazione delle competenze sono temi politici e risposte a bisogni che non vengono dalla scuola, ma dal mondo del lavoro e dei mercati. Ma il lavoro e i mercati non seguono i bisogni dell’essere umano e non possono essere dunque questi a dettare il passo della scuola. Dobbiamo ricordarci che per noi la priorità è l’inclusione, il supporto alle fasce più deboli economicamente, ai migranti, alle famiglie che non possono permettersi le ripetizioni private o la scelta della classe o della scuola “di serie A”, agli studenti che sono disintegrati da situazioni di vita personali spesso momentanee ma difficili da gestire e che li rendono fragili. E’ dunque indispensabile fare rete tra noi che ci riconosciamo in una idea di scuola laica, non aziendale, inclusiva, pubblica, gratuita. Quello del fare rete, come ricordavamo con Danilo nella nostra bella chiacchierata di ieri, in fondo è la necessità che muove ogni slancio sindacale in purezza: c’è qualcuno che lotta con te, non sei solo. E di non essere soli, in questo momento, abbiamo estremo bisogno.

Gruppi di insegnanti: a scuola abbiamo bisogno di trovare il tempo per parlare, per sperimentare, per riconoscerci simili nell’identità multiforme che ci mette a confronto con i cambiamenti del mondo, nostra, dei nostri studenti e delle loro famiglie. Veniamo tutti da esperienze e passioni diverse: a scuola ci si incontra per obblighi collegiali dati dall’istituzione che dagli anni ‘70 ad oggi si sono cristallizzate in noiose prassi burocratiche, riunioni spesso vuote e prive di una guida o iper strutturate dalla dirigenza. Abbiamo smarrito il senso della collegialità già molto prima che la legge 107 o la legge sull’Autonomia ne impoverisse e bastonasse ulteriormente il ruolo. Proprio per questo, in questo momento, il primo appello è a non rinunciare a prendere la parola in questi spazi, e continuare nei collegi e nei consigli d’Istituto a pestare i piedi con ottimismo e fiducia, maturando l’abitudine ad un confronto sulle nostre difficoltà quotidiane in cui il nostro ruolo insegnante entra in conflitto con altri parti di noi, (sappiamo tutti quanto sia difficile e a volte orribile dare i voti, ad esempio) perché siamo insegnanti, ma siamo anche altro, e uno spazio di vita arricchisce e nutre l’altro.

Gruppi insegnanti-famiglie e insegnanti/studenti: da insegnanti non sappiamo e non vogliamo parlare con i genitori dei nostri studenti, o con i nostri studenti stessi! Questo è esattamente conseguente al nuovo ruolo che la legge sull’autonomia ha dato a ciascuno di noi: l’insegnante è colui che garantisce la prestazione di un servizio, lo studente e la famiglia sono i “clienti”, che vanno ossequiati e rispettati, a suon di “mettigli il voto più alto che poi sua madre rompe”. Gli Open Day hanno il sapore di una finta accoglienza, che si apre e chiude con la fine delle iscrizioni. Gli insegnanti scappano da genitori e studenti a volte perfino violenti, come ci raccontano i numerosi casi di cronaca. L’antidoto alla violenza sottile che scorre e che si autoalimenta potrebbe essere trovato in una elaborazione comune di percorsi di formazione, che veda, al centro, non solo e non necessariamente il percorso d’istruzione dello studente, ma anche la realizzazione della sua dimensione più radicalmente umana, nella prospettiva di potersi realizzare al meglio. Questo presuppone la volontà di sapersi anche mettere profondamente in discussione come genitori, come operatori della scuola e come insegnanti.

L’essere gruppo chiama in causa la dimensione della relazione con l’altro, che inevitabilmente è una via fatta di pasticcini e feste ma anche di conflitti, spesso poco espliciti. I conflitti però vanno esplorati, compresi e raccontati, perché fanno la storia del cambiamento. Altrimenti diventano solo la palude silenziosa del malessere.

La dimensione del gruppo, dunque, può essere il luogo di pratica del cambiamento. Gruppo aperto, di discussione, in evoluzione ondivaga, autogestito e interno e trasversale agli organi collegiali. Prima saremo in due, poi cinque, ma poi il fare comune porterà a conoscersi, a riconoscerci come una identità nuova, che comunque resiste e muove delle cose. Siamo “strani” dunque ce lo possiamo permettere!

Carla Gueli – Insegnante