Transizione infinita: concorsi e futuro precari!

immagineArticolo2Il decreto legislativo n. 59/2017 definisce il nuovo sistema di reclutamento e formazione del personale docente. Il nuovo sistema, una volta andato a regime, prevede un concorso pubblico nazionale e un successivo percorso formativo triennale, il cosiddetto FIT – formazione iniziale, tirocinio e inserimento nella funzione docente. Del FIT abbiamo già sintetizzato i punti chiave qui https://scuolafuorimercato.org/2017/10/04/scheda-tecnica-reclutamento-e-formazione-dei-docenti-dal-2018/ e per quanto riguarda il transitorio qui https://scuolafuorimercato.org/2017/10/06/concorso-2018-la-fase-transitoria/ . Il percorso FIT sarà così articolato: un primo anno finalizzato al diploma di specializzazione, con un rimborso spese di 400 euro netti; un secondo anno di formazione, tirocinio e primo inserimento nella docenza (supplenze brevi); un terzo anno di formazione, tirocinio e inserimento nella funzione docente (incarico annuale).

In questi giorni è stato bandito il primo concorso non selettivo della fase transitoria, rivolto ai docenti abilitati, che saranno inseriti in una graduatoria regionale dalla quale saranno progressivamente immessi in ruolo, previo il superamento del terzo anno di FIT. I docenti con tre anni di servizio dovranno attendere il bando loro riservato, il secondo della fase transitoria previsto per la fine del 2018, e saranno ammessi al primo e al terzo anno del FIT. I laureati, che invce dovranno sperimentare l’intero triennio del FIT, nell’attesa “passeranno il tempo” tornando all’università per conseguire i 24 CFU, requisito di accesso al FIT ai sensi del d.lgs. n. 59/2017 e del d.m. n. 616/2017.

Il percorso FIT tenta di mettere in relazione il periodo di formazione e l’immisione in ruolo, cosa senza dubbio positiva, soprattutto considerando i disastri precedenti, dalle SSIS al TFA, passando per il PAS. Tali sistemi, al loro volta transitori, hanno prodotto graduatorie infinite, con docenti costretti al superamento di un concorso per accedere ai corsi di abilitazione, molto remunerativi per le università, visto che le tasse di iscrizione si aggiravano intorno ai 3000 euro.

Questo tentativo di messa in relazione, però, ha il difetto di essere in linea con le riforme più significative degli ultimi anni, accomunate da un’ottica neoliberista, che di fatto tendono ad “istituzionalizzare” meccanismi di lavoro gratuito, di tirocini formativi ai limiti dello sfruttamento e della formazione continua.

Analizzando i singoli aspetti del nuovo sistema, infatti, è evidente come tutto rientri nell’ottica di un Governo che ha concluso quell’iter di precarizzazione del mondo del lavoro e della destrutturazione dell’istruzione pubblica avviato 20 anni fa.

Nel corso del primo anno del FIT, che dovrebbe essere un periodo di formazione universitaria, il docente-tirocinante dovrà conseguire 60 CFU, articolati in lezioni universitarie e tirocinio indiretto e diretto, da svolgere nelle scuole. Il docente-tirocinante, in questo anno, conseguirà il diploma di specializzazione e riceverà un “rimborso” che dovrebbe aggirarsi intorno ai 400 euro mensili. Il docente-tirocinante sottoscriverà un contratto FIT che comporta la successiva indisponibilità per qualsiasi operazione annuale.

Queste nuove norme di reclutamento sono, a nostro avviso, lesive della dignità dell’insegnamento. Innanzitutto, la scuola diventerà l’unico ambito del pubblico impiego in cui, dopo aver superato un concorso, non si accede al ruolo, ma ad un biennio o triennio di formazione-lavoro sottopagato. Inoltre, non si capisce perché in passato coloro che hanno svolto il TFA o il PAS abbiano potuto avere nello stesso anno anche l’assegnazione di supplenze, conseguendo almeno una retribuzione dignitosa, mentre ciò non è consentito a chi svolge il percorso FIT.

L’assegnazione delle supplenze a chi svolgerà il FIT ci sembra più che legittimo, dato che tali docenti saranno inizialmente precari di lungo corso e poi comunque docenti che avranno superato i concorsi ordinari.

L’importo del “rimborso” previsto ci sembra, invece, del tutto irrisorio. Ci chiediamo come una persona possa vivere in maniera dignitosa con una cifra del genere. Si tratta, peraltro, di persone che lavorano già da anni nella scuola e che, nella speranza di entrare in ruolo nel biennio successivo, vedranno peggiorare le loro condizioni salariali.

Un altro aspetto critico è quello dei 24 CFU che dovranno conseguire i laureati al momento privi sia dell’abilitazione sia dei tre anni di servizio per poter accedere al triennio del FIT (per maggiori informazioni https://scuolafuorimercato.org/2017/10/20/24-crediti-per-concorso-docenti-ai-sensi-del-dm-6162017/). Tale requisito, applicato in maniera retroattiva, non ha alcuna spiegazione logica, se si pensa che proprio il primo anno del percorso triennale dovrebbe essere dedicato alla formazione. Infatti, appare evidente come questa norma sia pensata esclusivamente a vantaggio delle Università, che con il nuovo sistema perderanno le esose tasse riscosse in passato per le SSIS e per i TFA. Quindi nella sostanza, si tratta quasi di una sorta di “risarcimento”, pensato dal Governo e pagato dagli aspiranti docenti per conseguire crediti in settori disciplinari che saranno oggetto della formazione del primo anno del FIT.

La logica della norma retroattiva in merito ai 24 CFU potrebbe derivare anche del fatto che il Governo voglia “occupare” gli aspiranti docenti nell’attesa di un’immissione in ruolo che potrebbe avere tempi biblici. Infatti, i concorsi ordinari dovrebbero essere banditi dalla fine del 2018 ogni due anni su tutti i posti vacanti e disponibili nel terzo e nel quarto anno scolastico successivo a quello nel quale si svolgeranno i concorsi.

Non saranno calcolati in queste disponibilità i posti destinati alle GaE, alle graduatorie del concorso 2016, alle nuove graduatorie regionali degli abilitati e la quota di posti del concorso riservato. Per tali posti, infatti, vigerà un meccanismo di immissione in ruolo, in base a quanto previsto dal d.lgs. n. 59/2017 (art. 17), con percentuali progressivamente decrescenti di assegnazione dei posti vacanti: si passerà all’80% dei posti residui per gli anni scolastici 2020/2021 e 2021/2022, al 60% per gli anni 2022/2023 e 2023/2024, al 40% per gli anni 2024/2025 e 2025/2026, al 30% per gli anni 2026/2027 e 2027/2028 e solo al 20% per i bienni successivi.

Percentuali della ripartizione dei posti nel caso di GaE esaurite*

Anno scolastico

GM

GMR

GMR

GMR

Concorso 2016

Abilitati

Precari 3 anni di servizio

Concorso ordinario – Laureati + 24 Cfu

2018/2019

50%

50 o 100% nel caso di GM2016 esaurite

2019/2020

50%

50 o 100% nel caso di GM2016 esaurite

2020/2021

80%

20%

2021/2022

80%

12%

8%

2022/2023

60%

20%

20%

2023/2024

60%

20%

20%

2024/2025

40%

24%

36%

2025/2026

40%

24%

36%

2026/2027

30%

21%

25%

2027/2028

30%

21%

25%

Bienni successivi

20%

16%

64%

nel caso di Gae non esaurite spetterebbe ad esse il 50% delle assunzioni fino al loro esaurimento 

A ben vedere, si tratta di un meccanismo che, anche nel caso di funzionamento perfetto, rischia di non esaurirsi nemmeno nel giro di 10 anni.

Insomma, questo sistema, che ha avuto un plauso da tutte le forze parlamentari, è ben lontano non solo dal risolvere, ma anche dal ridurre il precariato nella scuola pubblica, precariato sul quale pesa anche il comma relativo ai 36 mesi inserito nella l. n. 107/2015.

Se ci fosse la volontà politica, le soluzioni sarebbero a portata di mano, sia per risolvere il problema del precariato, sia per migliorare la qualità della didattica: annullare gli effetti dei tagli della legge Gelmini, fissare il numero degli studenti per classe a massimo 22 senza nessuna deroga, scendendo a 20 nelle aree svantaggiate dal punto di vista socio-economico e a rischio dispersione, ripristinare il tempo pieno, trasformare tutto l’organico di fatto in organico di diritto, etc…

Insomma, basterebbe al di là dei proclami ad effetto investire nell’istruzione pubblica.

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