Il concorso della scuola nella fase transitoria. L’illegittima esclusione dei dottori di ricerca e il ricorso possibile

concorso_fasetransIl d.lgs. 13 aprile 2017, n. 59, in attuazione delle deleghe previste dalla l. n. 107/2015 (c.d. Buona scuola), rimodula integralmente il sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria. In particolare, il sistema, a regime, prevede un accesso ai ruoli esclusivamente tramite il concorso pubblico nazionale a cui seguirà un percorso triennale di formazione, denominato FIT.

Il d.lgs. n. 59/2017 prevede, inoltre, una fase transitoria rivolta al “precariato” già esistente nella scuola o comunque ai soggetti che hanno maturato titoli idonei all’insegnamento nel sistema precedente. In particolare, l’art. 17, co. 1, del decreto legislativo prevede anzitutto che fino al 50 per cento dei posti da docente vacanti e disponibili nelle scuole secondarie sarà  coperto annualmente attingendo alle GAE e ciò sino al loro esaurimento.

Il resto dei posti, ai sensi dell’art. 17, co. 2, saranno coperti anzitutto scorrendo le graduatorie del concorso del 2016, anche in deroga al tetto del 10 per cento degli idonei.

Inoltre, saranno banditi dei concorsi ad hoc, uno per gli abilitati e uno per chi ha prestato servizio nella scuola per almeno tre anni negli otto anni precedenti.

Il primo di questi concorsi dovrebbe essere bandito entro il mese di febbraio 2018 e, come anticipato, sarà riservato ai “docenti in possesso di titolo abilitante all’insegnamento nella scuola secondaria o di specializzazione di sostegno per i medesimi gradi di istruzione”.

La ratio del provvedimento è quella di non imporre un tirocinio postumo triennale e un pacchetto di crediti formativi a chi già abbia un titolo valido all’insegnamento.

Qui emerge il punto della questione. Il MIUR di regola ritiene – e tutto fa pensare che lo farà anche nel bando di concorso in arrivo – che gli unici titoli abilitanti validi derivino dai percorsi abilitativi tradizionali, come il TFA o il PAS, senza riconoscere, a differenza di molti altri Paesi dell’Unione europea, il valore abilitante del dottorato di ricerca.

A nostro parere, tale esclusione è illegittima e merita di essere contestata.

Come è noto, il Dottorato di ricerca è un percorso triennale di alta formazione che consente un rigoroso approfondimento della materia interessata. Inoltre, di regola, i dottorandi svolgono numerose ore di attività didattica. Si tratta quindi di un’attività che può essere ritenuta idonea al fine di raggiungere una formazione adeguata allo svolgimento dell’attività dell’insegnamento. Occorre considerare, infine, che durante lo svolgimento di un dottorato non è possibile partecipare ad un TFA. Ciò designa, all’evidenza,  la volontà del legislatore di equiparare i due percorsi, nel senso che la contemporaneità dei due percorsi equivarrebbe ad una sovrapposizione di percorsi assimilabili. Per altro verso, tale contemporaneità connota come discriminatoria la scelta del MIUR di impedire ai dottorati la partecipazione al concorso riservato, nella misura in cui si chiede a questi ultimi un requisito che non potevano avere.

Pertanto, sebbene in un contesto in cui gli orientamenti della giurisprudenza amministrativa in merito sono al momento altalenanti e in attesa di consolidamento, riteniamo sia possibile ricorrere per chiedere l’accertamento della illegittimità del bando sotto questo profilo e consentire la partecipazione al concorso dei Dottori di ricerca che non avrebbero potuto frequentare il TFA in ragione della contemporaneità con il dottorato e che abbiano avuto esperienza di attività didattica nel corso del dottorato.

Siamo consapevoli che le rivendicazioni dei dottori di ricerca nascono dallo sfondo di un sistema di ricerca e universitario “bloccato” che taglia i fondi e rende sempre più complesso lo svolgimento dell’importante lavoro della ricerca. Un sistema formativo adeguato deve puntare sia sull’educazione che nella ricerca. Invece, siamo carenti di entrambi gli aspetti. Per questo sosteniamo tutte le mobilitazioni in tale senso.

Nel frattempo, appare corretto sostenere una rivendicazione, anche giudiziaria, che punti alla giusta valorizzazione del titolo del dottorato di ricerca, come avviene in altri Paesi.

In questa ottica, noi leggiamo questa rivendicazione come corretta equiparazione della posizione tra percorsi formativi. Siamo infatti consapevoli che i titolari di un percorso abilitativo specifico (SSIS, TFA, PAS, ecc..) abbiano speso energie e risorse per conseguirlo. Ma riteniamo che anche gli sforzi e i frutti di un percorso formativo di ricerca arricchiscano il sistema formativo. Riteniamo cioè che la solidarietà tra gli insegnanti muova anzitutto dall’eliminazione delle discriminazioni.

Avv.ti Aurora Donato e Bartolo Mancuso


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