85 euro di aumento: sì, no, forse… ma a quale prezzo?

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Nelle ultime ore, il rinnovo del contratto scuola è argomento di confronto non solo tra Governo, Aran e sindacati, ma soprattutto tra noi docenti.

Entrando in sala professori, infatti, tutte e tutti noi docenti ci poniamo delle domande. Alcuni, come me, neoimmessi in ruolo, si domandano quali nuove mansioni obbligatorie saranno incluse nel contratto, come e se saranno retribuite e proprio questi interrogativi riducono le speranze anche dei colleghi di lungo corso che attendono il rinnovo dal 2009.

Dal punto di vista economico, la delusione è già arrivata, Infatti, in linea con quanto stabilito nell’accordo del 30 novembre 2017, si tratterebbe di 85 euro di aumento, lordi e ancora non ratificati dall’Aran. Basti pensare che, in relazione all’inflazione, gli insegnanti hanno perso oltre 200 euro dal 2008. Quello che preoccupa maggiormente, però, in base a quanto trapelato sulla stampa, è il fatto che a fronte di questo aumento irrisorio, si vogliano imporre nuovi carichi di lavoro e nuove mansioni, attività che nella maggior parte dei casi sono anche poco inerenti alla didattica.

Nel testo presentato ai sindacati, infatti, il Governo propone di modificare gli obblighi dei docenti; alle ore di lezione frontale e alle attività funzionali all’insegnamento si aggiungerebbero il tutoraggio per le attività dell’alternanza scuola-lavoro e la formazione. Inoltre, diventerebbero obbligatori anche altri due gruppi di attività: il potenziamento dell’offerta formativa e l’organizzazione amministrativa. Queste ultime attività sarebbero svolte come ore aggiuntive, retribuite, ma non facoltative, in quanto sarà il Dirigente a stabilire chi e come dovrà svolgerle. Nella sostanza, si tratterebbe di un contratto in cui esiste l’obbligo di un numero imprecisato di ore, retribuite con un salario aggiuntivo. Un contratto così strutturato sarebbe un unicum nel comparto pubblico. Infatti, per quanto riguarda la formazione, a differenza degli altri settori del pubblico impiego, questa dovrà avvenire fuori dall’orario di lavoro e

quindi non sarà retribuita. Per le attività funzionali all’insegnamento, attualmente riconducibili alle 40 + 40 ore (collegi docenti, consigli di classe, riunioni di dipartimento, scrutini) si ipotizza una rimodulazione, ovvero l’accorpamento delle due aree e con il piano annuale stabilito dalla Dirigente scolastica che può modificarlo durante il corso dell’anno scolastico, senza l’obbligatorietà del voto del collegio docenti.

Tutte queste proposte sembrano ancora una volta seguire la linea della legge n. 107/2015, ovverosia un ulteriore svilimento della professionalità del docente, obbligato a svolgere quelle attività introdotte dalla “Buona Scuola”, come l’Alternanza scuola-lavoro, fortemente criticate da docenti e studenti.

Si conferma la tendenza del Governo a rendere la scuola un luogo sempre meno democratico e collegiale, con ulteriori decisioni affidate al Dirigente scolastico: dalla pianificazione del piano annuale a l’assegnazione delle attività ai docenti, passando per le sanzioni disciplinari.

Per offrire uno spaccato della realtà, un quadro del rapporto tra ore lavorative e retribuzione nel resto dell’Europa, sono utili i seguenti dati. Emerge, infatti, che gli insegnanti italiani sono tra i meno pagati. Chissà perché, però, in questo caso il Governo non segue la linea del “Ce lo chiede l’Europa”!

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Fonte: Elaborazione Cisl da dati Ocse e Eurydice.

di Giovanna Caltanissetta, docente di Lettere