Il dottor Ventura e lo Ius soli – ovvero come consolarsi dai disastri della Nazionale a scuola

Da qualche giorno tutti gli Italiani hanno per la prima volta iniziato a familiarizzare con l’idea che l’Italia non giocherà i prossimi mondiali di calcio. Si tratta di un popolo che spazia dagli Italiani ancora in fasce infagottati dentro bandiere tricolore a quelli che li infagottano mentre gustano, o peggio e sempre più frequentemente, pregustano il sapore della vita da pensionati. Io ho visto Italia-Svezia in un piccolo locale di periferia, specializzato nella cucina mediorientale. Lo street food va sempre più di moda anche tra i docenti. Non racconterò lo sconforto provato dalla maggior parte di quelle persone che stavano lì dentro, gran parte delle quali accomunate dalla condizione di non essere italiani. Recandomi a scuola, le ho immaginate mentre leggevano interviste o sentivano dire in tv che la colpa di tale tragedia sportiva fosse da imputare agli stranieri. Probabilmente saranno stati d’accordo anche loro, per un po’; sicuramente non lo saranno stati più, quando si sono resi conto che gli stranieri in questione, secondo il parere di molti esponenti della classe politica e molti Italiani, non erano quelli pagati milioni e milioni di euro dai club di calcio, ma essi stessi. Coloro che hanno cercato in una fuga dalle dittature, dal terrorismo e dalla fame, una speranza di vita in Europa. Forse sapevano che non sarebbe stato facile, ma è stata tolta loro anche la possibilità di sentirsi Italiani almeno nel calcio. Quello non lo avrebbero immaginato. Poco male se sono grandi e grossi come le persone che erano con me dentro quel locale: una ragione in più per abbandonare un mondo che dovrebbe aggregare e che invece continua sempre più ad evidenziare le disuguaglianze sociali del nostro Paese. Da insegnante però mi sono chiesto come si saranno sentiti i loro figli il giorno dopo a scuola, a vivere personalmente ciò che i loro padri hanno solo letto su twit di bassa “lega”. Ho immaginato un dialogo tra alunni in una scuola simile a quella in cui insegno, in cui molti erano i ragazzi e pochi quelli che non avevano origini italiane. La mia mente ha iniziato a prospettare diverse possibilità, legate però tutte ad un unico fattore scatenante: l’isolamento da parte degli uni, italiani purosangue, nei confronti degli altri; le diverse possibilità riguardavano invece la reazione degli altri nei confronti degli uni. Il primo pensiero che mi è venuto in mente è stato il “gruppetto stranieri” che si dispiaceva e si allontanava ostentando la disapprovazione del comportamento dei compagni. Poi però, qui arriva la seconda ipotesi, tra questi è emersa una figura: quella del furbetto, con il sorriso ironico di chi ne sa già una più dei compagni e che per questo, ha sempre preso le cose con filosofia: l’ho immaginato mentre reagiva traendo vantaggio, quel giorno, dal non essere italiano, ma l’ho immaginato mentre nascondeva il suo, comunque presente, dispiacere. E’ naturale quindi che quel giorno sia arrivato a scuola con il senso di frustrazione del docente più che con l’amarezza del tifoso.

Alla fine sono giunto a scuola. Durante i soliti convenevoli con i colleghi, cercavo di percepire le discussioni dei ragazzi: un brainstorming di colorite frasi adolescenziali, da cui cercavo di ricavare una sorta di mappa concettuale, seguendo soltanto le parole chiave che mi interessavano: Candreva, Ciruzzo, arbitraggio, vergogna, Lorenzino, lacrime, Buffon, stranieri. Improvvisamente ho teso l’orecchio verso quel gruppo di ragazzi, temendo di essere sul punto di assistere a una scena che avevo già ricostruito nel mio lungo viaggio in pullman. Ci si sbaglia tante volte a scuola e anche stavolta sono contento di averlo fatto: si parlava di stranieri, è vero, ma se ne parlava tra ragazzi, senza distinguere quelli che la nostra legislazione non considera italiani. Ho visto ragazzi accomunati dallo stesso dispiacere, ragazzi che spesso a casa sono abituati a sentir discorsi lontani dall’idea di società multiculturale, ma che comunque non hanno dubitato dell’italianità dei loro compagni, della condivisione di sentimenti e di visione del mondo. Io avevo pensato già al peggio, forse perché troppo civilizzato ed assuefatto al progresso, come direbbe Rousseau, senza vedere in quei poco più che selvaggi il solo motivo per cui sia necessaria l’approvazione della legge concernente lo ius soli e lo ius culturae. Siamo tenuti dalla Costituzione a formare tutti i giovani del nostro Paese, nello stesso modo in cui siamo costretti a non riconoscerli nostri cittadini, una volta che abbiano compiuto la maggior età, se non hanno i requisiti disposti dalla legislazione vigente. Una legislazione anacronistica, che non solo non tiene conto del disagio di chi perde la sua identità, identità forgiata sulla base dell’istruzione ricevuta in Italia, ma che neanche tiene conto della potenziale perdita economica di chi forma una persona, lasciandosela scappar via, una volta che ha raggiunto la giusta maturità o se preferiamo, ha acquisito le giuste competenze per contribuire alla crescita del Suo Paese. Non mi stupisco se in Parlamento siedano rappresentanti delle circoscrizioni estere, il cui elettorato spesso parla lingue volgari preunitarie più che l’italiano, senza conoscere la realtà di un Paese che invece forma cittadini a cui poi non dà diritto di voto. Nel nostro Paese i presidenti dei club di calcio aspettano ansiosi i documenti di matrimoni dal sapore di ancien regime pur di dare i documenti necessari a campioni stranieri pagati a caro prezzo. Ma Sivori e Camoranesi sono ricordati più come catenacciari che come tangheri, perché sono campioni che hanno fatto fortuna nel calcio italiano assorbendone schemi e mentalità. Analogamente l’unica domanda che devono porsi le istituzioni del nostro Paese è cosa vorremo intendere per cultura italiana ed europea da qui ai prossimi trent’ anni. La risposta deve venire innanzitutto dalla scuola. Se l’investimento in risorse umane, economiche e quindi politiche fosse quello giusto, poco importerebbe la provenienza della giovane utenza. Anche i docenti finiranno di temere il peggio, quando si diletteranno a captare le conversazioni dei loro alunni.

Testimonianza di un docente di Italiano e Latino