De brevitate studii

Molti docenti nei collegi docenti di fine ottobre e della prima metà di novembre potrebbero trovarsi all’odg la proposta di adesione alla sperimentazione di percorsi quadriennali di istruzione secondaria di II grado.

Già perchè in pieno agosto, a scuole chiuse con studenti e studentesse in vacanza come la maggior parte degli insegnanti, è stato approvato il decreto che introduce, in via sperimentale, la riduzione di un anno dell’istruzione superiore di II grado. Il testo prevede che in via sperimentale 100 istituti scolastici, paritari o statali, licei ed istuti tecnici, a partire dall’anno scolastico 2018/19 potranno avere una classe prima il cui percorso di studi avrà una durata di 4 e non 5 anni. Ogni istituto che vorrà aderire alla sperimentazione dovrà farlo dal 20 ottobre al 13 novembre 2017, previa delibera degli organi collegiali, inviando al Miur un progetto. Il ministero istituirà un’apposita commissione che avrà il compito di valutare tutte le proposte e che nell’approvazione dovrà assicurare una equa distribuzione delle classi sul territorio nazionale e nei diversi indirizzi.

Il corso di studi quadriennale dovrà garantire, secondo il testo del decreto, l’insegnamento di tutte le discipline previste dall’indirizzo di riferimento in modo da assicurare ai ragazzi il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento e delle competenze previste per il quinto anno di corso, infatti l’esame di Stato rimane invariato. Inoltre, dovranno essere garantite anche tutte quelle attività di cui sono pieni gli ultimi decreti ministeriali relativi all’istruzione, ovvero l’insegnamento di almeno una disciplina non linguistica con metodologia Clil, la valorizzazione delle attività laboratoriale e naturalmente l’alternanza scuola-lavoro. Come riuscire a fare tutto questo con un anno in meno? Semplice: attraverso la flessibilità didattica e organizzativa, ad esempio, il calendario scolastico verrà completamente rimodulato e si passerà dalle 900 ore annue per 5 anni a 1.000-1.050 ore per 4 anni. Ci chiediamo quale innovazione pedagogica, quale esigenza didattica possano motivare una proposta di tale portata? La Ministra ha dichiarato, in diverse interviste, che in questo modo si consentirà ai nostri giovani di entrare prima nel mondo del lavoro. La Ministra, anche in virtù del suo passato da sindacalista, dovrebbe sapere che nel contesto attuale i nostri giovani andrebbero solo ad ingrossare le file dell’unico mercato del lavoro presente nel nostro Paese, cioè quello del lavoro gratutito, degli stage e dei tirocini formativi, dell’iper-precariato e dello sfruttamento. Un sistema creato dai provvedimenti in materia degli ultimi venti anni, culminati con il Jobs Act e dal fallimento, per la loro stessa inconsistenza, delle politiche attive.

Quindi, piuttosto, sembrerebbe che ancora una volta a dettare la linea in viale Trastevere sia proprio il risparmio economico, ovvero il disinvestimento nell’istruzione pubblica; questa sperimentazione sembra proprio l’anticamera del taglio di un anno della scuola secondaria di II grado. Del resto questo tema sembra essere molto caro al centro-sinistra e al Partito Democratico, infatti la prima volta che si parlò di questa riforma, oltre 15 anni fa, fu quando venne approvata la legge 30 del marzo 2000 voluta dal ministro Luigi Berlinguer. La proposta riguardava la riforma dei cicli con un primo ciclo di 7 anni seguito da un secondo articolato in un biennio comune e in un triennio specifico per i diversi indirizzi. Causa cambio del Governo la riforma non entrò mai in vigore, sostituita dalla cosiddetta legge Moratti. Ci ha riprovato anni dopo, nel 2013, il Governo Monti con il Ministro dell’Istruzione Profumo: la riforma prevedeva una riduzione del secondo ciclo che sarebbe stato accorciato di un anno. Secondo le stime di allora del Sole 24 ore, l’intervento avrebbe prodotto 1 miliardo e 380 milioni di risparmi con la soppressione di 40mila cattedre, i docenti cioè impegnati nelle classi quinte di tutte le superiori d’Italia.

Un’altra motivazione del Miur è il cosiddetto adeguamento alla normativa europea, al momento però solo 13 Paesi terminano il percorso scolastico a 18 anni (tra questi Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo, Romania). Tuttavia, quello che dovrebbe motivare gli insegnanti a votare contro questa sperimentazione non dovrebbe essere solo la difesa dei posti di lavoro, ma soprattutto quella della qualità della didattica dell’istruzione pubblica.

Infatti, mentre chi propone la riforma non ha idea di cosa succede nelle nostre scuole, chi le vive ogni giorno sa che la didattica verrebbe ulteriormente stravolta da questa contrazione del tempo degli studi. I docenti delle scuole secondarie sono alle prese quotidianamente con studenti che per motivi diversi (Dsa, Bes, ecc.) non riescono a seguire già adesso il ritmo delle lezioni, con il taglio alle ore di sostegno, con strutture e strumenti inadeguati e l’elenco potrebbe continuare ancora e ancora… Per questo, gli stessi docenti sono sempre più impegnati in attività di recupero pomeridiano, che però per carenza di fondi, nella maggior parte dei casi vengono finanziate solo per poche ore e non per tutte le discipline. A queste problematiche bisogna aggiungere il monte orario dell’alternanza scuola-lavoro che tengono gli studenti lontani dalle aule per intere settimane.

La riforma sconvolgerebbe anche il normale tempo che gli studenti e le studentesse dovrebbero dedicare allo studio in un periodo fondamentale della loro crescita personale, un periodo in cui è fondamentale coltivare i propri interessi e le proprie passioni. Con la riforma si troverebbero sui banchi mattina e pomeriggio, mentre l’alternanza scuola-lavoro li impegnerebbe nelle vacanze estive e nelle pause natalizie e pasquali.

In conclusione la proposta della sperimentazione va in senso diametralmente opposto a quello di cui la scuola italiana avrebbe bisogno, ovvero maggiori investimenti, maggiore attenzione alla didattica per una scuola che includa realmente chi è più fragile, una scuola che aumenti l’offerta formativa per aiutare veramente i nostri ragazzi a comprendere e a muoversi nella realtà, una scuola che riconosca il valore dell’insegnamento.

È fondamentale che adesso i docenti, come in parte hanno fatto in merito alla “chiamata diretta”, attraverso gli organi collegiali blocchino sul nascere questa proposta votando no all’adesione della propria scuola alla sperimentazione.

La scuola è di chi la vive, da docenti torniamo a ridare dignità e potere decisionale agli organi collegiali per incentivare la collaborazione e soprattutto per bloccare provvedimenti che peggioreranno ulteriolmente la qualità della didattica e di conseguenza dell’istruzione pubblica in Italia. Una scuola che sia veramente democratica ed inclusiva, nel nostro Paese invece in base ai dati Ocse c’è una forte discriminazione in base ai risultati scolastici tra istituti di indirizzo diverso e in base alla loro posizione geografica. La riduzione di un anno rafforzerebbe questa discriminazione accentuando anche le differenze dovute alla classe sociale e culturale di provenienza, il rischio è infatti quello di creare istituti elitari, di qualità e selettivi e istituti di scarsa qualità, per la maggior parte degli studenti….magari dal diploma facile. La scuola al contrario dovrebbe annulare le differenze di classe, o quantomeno ridurle per dare a tutti e tutte gli stessi strumenti e le stesse opportunità per il futuro.